A mio marito

Caro Amore ti scrivo,
Ti scrivo per dirti quel che sento dentro. Ti scrivo perchè ti ammiro, per la tua forza, la tua tenacia, il tuo ottimismo e la capacità di reagire agli eventi. Sì, ti ammiro e forse ti invidio anche, perchè io queste doti non le ho. E riesco a vedere solo il nero. E il solo immaginare di godere di uno spiraglio di luce mi fa tremare le gambe di paura, paura di dover subire ancora di più il buio che verrà poi…
Caro Amore ti scrivo per dirti che trovo davvero affascinante la teoria di goderci il panorama, perchè il dove ci conduca e il quanto duri questo viaggio non ci è dato sapere! È vero! È così. Vivere l’oggi… Carpe Diem… Ma ahimè non mi appartiene. Non riesco a vivere senza pensare al futuro. E ora so che il futuro non dipende da me, dalle scelte che facciamo, ma solo dal caso.
Caro Amore ti scrivo per dirti che la tua vicinanza, il tuo bisogno di contatto, il tuo starmi vicino e sostenermi mi fa sentire ancora peggio. Quasi compatita. Lo so che lo fai per me. E lo fai anche per te. Per non perdere anche “Noi”, ma io non lo sopporto. Forse ha ragione mia madre, cerco in qualche modo di punirmi… O forse voglio punire tutti voi che non soffrite quanto (o sarebbe piú giusto dire “come”)me, per questa perdita.
Caro Amore ti scrivo, così che tu possa leggere e rileggere mille volte questi pensieri e venirne forse a capo. Dato che io non ne ho la forza, la voglia e nemmeno le capacità per farlo.
Caro amore, abbiamo perso il nostro DinDon. Nulla sarà più come prima. Sento dal profondo del cuore che non è giusto, ma purtroppo è così. Non so se continueremo questo viaggio insieme, ma quello che so è che io non sarò mai più in grado di guardare il panorama e pensare che tutto sommato ne vale la pena!

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Un pensiero su “A mio marito

  1. Piccolo Amore mio,
    per prima cosa voglio dirti la parola che ritengo più importante nella vita di una famiglia.
    Per prima cosa voglio dirti “Grazie”.
    Grazie per avermi scritto e per avermi dato la possibilità di accogliere le tue parole e portarti le mie.

    Amore mio, io non sono più forte di te.
    Io non sono migliore di te. Io non ho particolari doti.
    Io, semplicemente, TI AMO, anzi, VI AMO, ed è “solo” questo che guida le mie azioni.
    Sempre.

    Voglio scendere nel dettaglio di alcuni punti della tua lettera.

    Mi scrivi: “la tua vicinanza, il tuo bisogno di contatto, il tuo starmi vicino e sostenermi mi fa sentire ancora peggio. Quasi compatita.”

    Toglitelo dalla testa Amore mio.
    Io non sono affatto qui a compatirti.
    Io sono qui perché NOI siamo una famiglia e una famiglia si stringe nei momenti belli, un tramonto, una cena romantica, un viaggio o una bella notizia, e si stringe nei momenti brutti. Ed io sono qui. In questo orribile momento.
    TI fa stare peggio perché, concordo con mamma, vuoi punirti. Vuoi punirti per dare una specie di senso a questo incredibile dolore. Perché come ti dissi giorni fa, sopportare un senso di colpa è meglio che sopportare un senso di impotenza. Allora cerchi di incolparti. Di poter dire che è colpa tua perché sei una cattiva figlia / moglie / madre.
    Ma dentro sai che non è così.

    La teoria di goderci il panorama, Amore mio, così come la riporti, manca di un passaggio.
    La “mia” teoria, che poi non è altro che l’unica teoria possibile visto il modo in cui la vita funziona, è questa:
    Siamo in viaggio, noi, la nostra famiglia, siamo in viaggio in questa Vita.
    Questa vita è l’unica che abbiamo, non ne avremo altre per poter vivere meglio forti delle esperienze.
    Abbiamo solo questa vita. SOLO QUESTA.
    Dicevo, siamo in viaggio, un viaggio del quale nessuno (NESSUNO) conosce né la destinazione né la durata.
    L’unica certezza in questo viaggio è che “si viaggia”.
    Dove si arriva non si sa, quando si arriva non si sa.
    È possibile che la destinazione sia “un paradiso” o che sia “un inferno”.
    Non lo sa nessuno e nessuno potrà dircelo.
    Le probabilità che ci aspetti un paradiso sono pari a quelle che ci attenda uno schifo.
    E allora? Dov’è il bello? Nel terrore che ci aspetti uno schifo? O nella speranza che ci attenda un paradiso?
    In nessuna delle due. Il bello non sta nelle aspettative come il brutto non sta nel terrore.
    Il bello sta nel viaggio stesso.
    Questo viaggio verso una destinazione sconosciuta e dalla durata sconosciuta, ha sì queste due circostanze sconosciute, ma ha con sé un’altra particolarità.
    Riserva panorami carini, belli, splendidi o meravigliosi tutti visibili dal finestrino.
    Naturalmente riserva anche brutti episodi.
    Un viaggio può comportare una foratura, un piccolo incidente, una pioggia torrenziale che oscura il panorama, o un pezzo di strada dissestata che rende pessimo quel momento, o quel giorno o quel mese o quell’anno.
    Tutto quanto sopra fa parte del viaggio. I panorami, come gli incidenti.
    Ebbene Amore mio, il nostro viaggio insieme, iniziato ormai qualche anno fa, ci ha riservato dei panorami mozzafiato. Mozzafiato. E, ad essere onesto, non so se noi ce li siamo davvero goduti e se ce li stiamo godendo.
    Poi Amore mio, il viaggio ci ha riservato anche forature, incidenti, pioggerelline, acquazzoni e altre disavventure, più o meno pesanti.
    Tutte quelle che abbiamo già affrontato, Le abbiamo affrontate insieme, anche se non sembra.
    E tutto quello che ci capita, ci è capitato e ci capiterà durante quel che resta del nostro viaggio, lo affronteremo insieme, volente o nolente.
    INSIEME.
    Insieme, perché non siamo più solo “io, tu e i nostri figli”.
    NO.
    Siamo UNA FAMIGLIA.
    E una famiglia affronta le difficoltà insieme, come gode dei panorami insieme.

    Quando mi hanno diagnosticato il cancro, Amore mio, io non ho pensato “Oddio, come faccio”?
    Dopo un iniziale sbandamento, ho pensato: “Se io muoio, non me ne accorgo nemmeno. Ma chi resta, chi vive, ha bisogno di me. E starà male, senza di me. Quindi, io vivrò”. Io HO DECISO che avrei vinto. L’ho deciso e lo sto facendo.
    Ma Amore mio, se anche può sembrare che io stia vincendo la mia lotta contro il cancro, in realtà NOI (la nostra famiglia) stiamo vincendo la nostra lotta contro un ostacolo che il viaggio ci ha presentato.
    È come se avessimo forato una gomma o se fossimo rimasti impantanati in una gigantesca pozzanghera.
    Immagina che nel nostro viaggio sia successo questo. Mentre io ero seduto alla guida, tu al mio fianco e Pulce seduta sul seggiolone dietro, ad un tratto ci ritroviamo impantanati in un pozzangherone e fuori piove e tutto fa schifo e i famosi panorami paiono non vedersi più.
    Dopo il terrore iniziale, cosa abbiamo fatto io e te?
    Te lo dico io.
    Io sono sceso a controllare la situazione, ho pulito un po’ il vetro davanti mentre tu sei passata alla guida (infatti mentre io ero a Milano GUIDAVI TU, hai fatto tutto da sola), e poi sono andato dietro a spingere la macchina per farla uscire, piano piano, con immensa fatica, da quella pozzanghera che stava impedendo alla nostra famiglia di godersi il viaggio.
    Ho spinto per un solo motivo. Perché la mia famiglia era dentro quell’auto, impantanata.
    E io non potevo accettare che lì restasse.
    Non potevo e non volevo.
    E nemmeno tu che, con fatica, ti sei messa alla guida, hai detto due parole a pulce che seduta dietro piangeva e poi hai guidato seguendole mie indicazioni mentre spingevo.
    Beh, Amore mio, dalla pozzanghera siamo usciti alla grande e siamo ripartiti per il viaggio.
    Certo, l’acquazzone aveva sporcato tutti i vetri e viaggiare non era più la stessa cosa: non si vedevano i panorami.
    Allora siamo scesi, stavolta entrambi, e abbiamo piano piano cominciato a pulire tutti i vetri. TUTTI.
    Proprio quando ci sembrava di aver quasi finito (11 settembre), proprio quando ci sembrava mancasse solo qualche schizzo di fango, si è abbattuto su di noi un nuovo temporale. Incredibilmente più forte del precedente. Un temporale che ha oscurato completamente i vetri e ci ha portati a sbattere con l’auto contro un albero gigantesco.
    Incredibilmente, in quel brevissimo tratto di strada che dalla pozzanghera nella quale eravamo impantanati ci ha portati contro l’albero, era nato il nostro DinDon che allo scontro frontale non ha resistito.
    Era troppo piccolo per reggere l’urto.

    E lì Amore mio, sensi di colpa.
    – Guidavo io, è colpa mia.
    – No, è colpa mia che non ti ho detto frena.
    – No, è mia, tu eri stanco dovevo guidare io.

    No, Amore mio.
    Non è colpa di nessuno.
    L’auto non la guidiamo noi. Siamo sì seduti alla guida, ma non abbiamo lo sterzo in mano.
    Noi possiamo solo esprimere il desiderio di voltare a destra piuttosto che a sinistra.
    Nella maggior parte dei casi il desiderio viene esaudito. Qualche volta no.
    E quando questo accade, non è colpa né di chi guidava, né di chi gli era accanto e Amore mio, ancor meno di chi stava seduto dietro.

    Abbiamo preso un albero in pieno amore.

    L’auto ha avuto danni notevoli, ma soprattutto, abbiamo perso nell’incidente DinDon.
    E lo so, Amore mio: nulla ci restituirà mai DinDon.
    Potremmo un giorno decidere di dare un altro fratellino o sorellina a Pulce (anzi, potremo decidere di provare a dare un fratellino/sorellina a Pulce), ma sarà un altro. Un altro meraviglioso cucciolo/a, ma non DinDon. Lo sappiamo bene.
    E allora dici tu, che senso ha adesso “viaggiare”?
    Anzi, dici: “E il solo immaginare di godere di uno spiraglio di luce mi fa tremare le gambe di paura, paura di dover subire ancora di più il buio che verrà poi”.

    Lo so, Amore. Lo so.
    “Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto.”
    Quell’ignoto, che tra l’altro ora con i vetri sporchi sembra certo riservi solo cose brutte, immobilizza.
    Immobilizza al punto da pensare “io piuttosto che andare avanti pensando che forse ci sono dei panorami ma anche degli acquazzoni, io accosto qui e resto qui”.

    Amore mio, il viaggio, che noi lo vogliamo o no, continua e continuerà sempre, perché il viaggio della famiglia, non si ferma.
    Nemmeno se per assurdo io e te ci lasciassimo il viaggio si fermerebbe, perché continueremo ad avere in comune… il futuro. Nemmeno se uno dei due morisse il viaggio avrebbe termine perché il resto della famiglia continuerebbe ad avere in comune il futuro.

    Un futuro che si chiama Pulce.
    Un futuro che, come dicevo prima, ci ha dato la forza di uscire dal pantano e che ci darà la forza di aggiustare l’auto dopo lo scontro e ripulire piano piano i vetri oscurati dall’acquazzone.

    È ovvio Amore mio che un incidente così lascia tracce indelebili. Indelebili.
    Non potremo mai cancellare quel che è successo.
    Non potremo mai dimenticare che in quel piccolo tragitto dalla pozzanghera all’albero c’è stato con noi DinDon.
    Non potremo mai dimenticarlo.

    Ma amore, se anche non volessimo pulire i vetri per me e per te perché non dovesse più interessarci vedere i panorami o perché come scrivi tu “non saremo mai più in grado di guardare il panorama e pensare che tutto sommato ne vale la pena!”, se anche dovessimo giungere a questa conclusione Amore mio, noi abbiamo comunque il DOVERE di pulire il più possibile i vetri. Abbiamo il dovere di farlo nei confronti di nostra figlia che, seduta dietro, non ha scelto né di partire per il viaggio, né ha la capacità di scegliere la direzione.
    Ha solo la possibilità di “godersi” i panorami, quando ci sono.
    Ma se noi non puliamo i vetri, il suo viaggio avrà una sola certezza: il buio.
    Pulce l’abbiamo messa al mondo noi, dipende totalmente da noi.
    Non ha le forze per pulire i vetri. Non sa nemmeno cosa siano, i vetri.
    È legata sul seggiolone, e può solo osservare fuori.
    Noi abbiamo il dovere di rendere il suo viaggio, il più bello possibile.
    Anche qualora il nostro viaggio dovesse rivelarsi uno schifo.
    Abbiamo il dovere di fare di tutto affinché il suo, sia “il più bello possibile”.

    È questa la cosa più importante Amore mio.

    E nessuno ha detto che sia facile.
    Ma INSIEME, e con tanta, tanta pazienza, si può.

    Io vado a pulire un po’ i vetri.
    Quando te la sentirai, mi aiuterai.
    Pulce merita di vedere i panorami.

    Magari chissà, passerà una rondine o una farfalla e il suo gridare entusiasta “Mamma! papà! Guaddaaaaa!”, ci permetterà di gustare qualche spiraglio di cielo.
    Qualche raggio di sole.

    Perché anche se non sembra, Amore mio… Anche se quella che sto per scrivere sembra una di quelle frasi attribuite a Jim Morrison su Facebook, è dannatamente Vera.

    Il sole, seppure oscurato dalle nubi, c’è.
    Anche se a volte non si vede. C’è.
    Sempre.
    Sempre.

    Il nostro ruolo, in questo teatro dell’assurdo che è la vita, è cercare di far vedere il sole a Pulce, quanto più possibile.
    È perché no, gioire delle sue emozioni, delle sue conquiste.
    Questo è il senso della vita per me, Amore mio immenso.
    Questo.

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